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DI GIOVEDì 06 DICEMBRE 2018

SOMMARIO

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Cina: Canada rilasci la manager Huawei
La figlia del fondatore fermata su richiesta degli Usa

Pedofilia, scagionato vescovo AustraliaCondannato in primo grado per aver coperto gli abusi di un prete

Gilet gialli,sindacati: no alle violenze’Ma la rabbia è legittima, il governo garantisca i negoziati’

Gilet gialli, mozione sfiducia sinistraDa Ps, France Insoumise e comunisti. Scarse le chance che passi

Yemen: al via negoziati pace in SveziaInviato Onu punta ad annuncio avvio processo

Khashoggi: scoperto 007 con ruolo chiaveAgente di collegamento al consolato fece da ‘corriere’ con Riad

Brexit: Barnier, costruire futuroOrganizzare diverso partenariato economico,consolidare amicizia

Gilet gialli:Eliseo teme grandi violenze’Nocciolo duro vuole battersi, distruggere e uccidere’

Haftar a Roma, il generale libico domani vede ConteImmigrazione e risorse petrolifere al centro dei colloqui

Ucraina a Osce, Russia più aggressiva

Klimkin: ‘Mosca ha trasformato la Crimea in una base militare’

Giappone, scontro jet Usa: 6 dispersiDurante una esercitazione, recuperato un militare

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PECHINO

– La Cina ha chiesto al Canada di rilasciare il capo dell’ufficio finanziario di Huawei, Meng Wanzhou, che è stato arrestato su richiesta degli Usa. Un caso che aggiunge tensione tra Pechino e Washington e che minaccia complicare i colloqui commerciali. La manager, figlia del fondatore della società, ora rischia la possibile estradizione verso gli Stati Uniti, dove è accusata di aver cercato di eludere le sanzioni degli Stati Uniti sul commercio con l’Iran.
L’ex arcivescovo di Adelaide Phillip Wilson ha vinto oggi l’appello conto la condanna comminata in agosto per aver occultato gli abusi sessuali nei confronti di minori di un prete negli anni ’70. Il giudice Roy Ellis delle Corte distrettuale di Newcastle, a nord di Sydney, ha accolto il ricorso di Wilson, concludendo che vi è “ragionevole dubbio” che il sacerdote avesse commesso il reato.
Wilson, 68 anni, il più alto prelato cristiano al mondo a essere condannato per aver coperto un prete pedofilo, era stato dichiarato colpevole lo scorso maggio per aver tenuto segreti gravi reati – gli abusi sessuali su minori compiuti dal sacerdote James Fletcher già negli anni 1970, quando entrambi servivano nella diocesi di Maitland, presso Newcastle.
– PARIGI

– I sette sindacati principali in Francia hanno denunciato questa mattina “ogni forma di violenza nell’espressione di rivendicazioni” da parte dei gilet gialli, dopo la richiesta avanzata ieri da Emmanuel Macron ai partiti e ai partner sociali di “lanciare un appello chiaro ed esplicito alla calma”.
I sindacati giudicano “rabbia legittima” la protesta dei gilet gialli e chiedono “al governo di garantire finalmente veri negoziati”.
– PARIGI

– Il Partito socialista, la France Insoumise e il Partito comunista francese depositeranno una mozione di censura, ovvero di sfiducia contro il governo, in piena crisi dei gilet gialli.
“Abbiamo deciso di depositare una mozione di censura lunedì”, ha detto il segretario socialista, Olivier Faure, durante una conferenza stampa all’Assemblea Nazionale. Benché promossa dai gruppi della sinistra, la mozione sarà “ampiamente” aperta ai deputati di tutti i partiti, ha precisato il deputato comunista Pierre Dhareville.
Visti anche i numeri all’Assemblea nazionale, con una forte maggioranza di deputati En Marche, sono scarse le chance che la mozione possa ottenere il via libera dell’aula.
– E’ previsto per oggi in Svezia l’inizio dei negoziati di pace per lo Yemen. Lo hanno reso noto le Nazioni Unite, secondo quanto riportato da Al Arabiya.
L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths, “vorrebbe annunciare l’inizio del processo politico intra-yemenita in Svezia il 6 dicembre 2018” ha pubblicato su Twitter l’ufficio di Griffiths. Questo è il secondo tentativo di portare le parti in conflitto in Yemen intorno a un tavolo per negoziare la pace dopo il fallimento di un incontro a Ginevra a settembre.
– ISTANBUL

– Gli investigatori turchi hanno identificato un agente di collegamento dell’intelligence saudita che avrebbe avuto un ruolo chiave nella pianificazione dell’omicidio di Jamal Kahshoggi facendo da ‘corriere’ con i servizi segreti a Riad. Lo scrive Hurriyet, secondo cui si tratta di Ahmed Abdullah al Muzaini, a capo degli 007 in servizio presso il consolato di Riad a Istanbul prima dell’omicidio del reporter. L’agente si sarebbe recato in Arabia Saudita il 29 settembre scorso, all’indomani della prima visita di Khashoggi nella sede diplomatica, per incontrare il generale Ahmed al Asiri – l’ex numero 2 dell’intelligence nei cui confronti i magistrati turchi hanno emesso ieri un mandato di cattura. Con lui avrebbe definito i dettagli per la preparazione dello ‘squadrone della morte’, prima di tornare a Istanbul il primo ottobre, alla vigilia del delitto. Il giorno dopo, alle 21:35, avrebbe definitivamente lasciato la Turchia.
– BRUXELLES

– “Aldilà del divorzio o della separazione” fra l’Ue ed il Regno Unito “la cosa più importante è l’avvenire e la relazione che dobbiamo costruire con un Paese che resterà amico, partner e alleato. Si tratta di organizzare un differente partenariato economico e di consolidare questa amicizia”. Così il capo negoziatore Ue sulla Brexit Michel Barnier al Comitato Ue delle Regioni (CdR) oggi a Bruxelles. “Nostro interesse comune resta quello di un partenariato ambizioso sul piano economico e dei beni, sui servizi, sulla mobilità delle persone, trasporti, mercati pubblici, l’energia, ma anche per la sicurezza interna, la cooperazione giuridica e della polizia, la politica estera e della difesa – ha aggiunto -. Questo partenariato, se lo vogliamo insieme, si baserà su una base rappresentata dal trattato di libero scambio, senza tariffe o dazi per i beni con quanto stabilito dall’accordo di recesso, rispettando gli interessi imprenditoriali da entrambe le parti della Manica”.
– PARIGI

– “Ci sono motivi di temere grandi violenze” sabato a Parigi: è quanto affermano fonti dell’Eliseo citate dai media francesi, mentre si moltiplicano gli appelli dei gilet gialli a manifestare nella capitale e in tutta la Francia. Le fonti presidenziali evocano un “nocciolo duro di diverse migliaia di individui” che intendono venire a Parigi con l’intenzione “di battersi, di distruggere e di uccidere”.
Dinanzi ai rischi insurrezionali che scuotono il Paese, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato ieri sera a sorpresa il definitivo annullamento dell’innalzamento delle accise sul carburante all’origine della mobilitazione dei gilet gialli, invitando alla calma. “Oggi – ha avvertito la ministra Jacqueline Gourault – ci sono elementi violenti che vogliono che la Francia sprofondi nel caos”. Nel faccia a faccia di ieri sera su Bfm-Tv con due ministri, uno degli iniziatori dei gilet-jaunes, Eric Drouet, non ha esitato a dire che “se riusciamo ad arrivare davanti all’Eliseo, entreremo dentro…”.
Il generale Khalifa Haftar è a Roma dove ha incontrato il premier Giuseppe Coonte.   Per la terza volta in poco più di un mese, l’uomo forte della Cirenaica sbarca in Italia per continuare a giocare le sue carte, determinato a conservare quella dose di potere che le sue forze armate – ma anche attori internazionali – gli hanno garantito nello scenario libico e sul futuro del Paese nordafricano.  Arrivato nella capitale, Haftar sa di essere un interlocutore imprescindibile per l’Italia, finora ritenuta troppo “sbilanciata” a favore del debole governo di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, riconosciuto dall’Onu.    Dopo una prima giornata di incontri, tra cui quello con l’incaricato d’affari libico a Roma, Haftar ha incontrato il premier italiano a sole tre settimane dalla Conferenza di Palermo dove il generale dettò l’agenda del summit, ignorando quello ufficiale e costringendo pochi selezionati interlocutori a un minivertice mattutino. In quell’occasione, Conte portò a casa una stretta di mano tra i due rivali, Haftar e Sarraj appunto, e un impegno non scritto ad aderire – o perlomeno non ostacolare – al piano dell’inviato dell’Onu in Libia, Ghassam Salamè.   Sul tavolo dell’incontro romano, però, non ci sarà solo la futura stabilizzazione della Libia – che nelle intenzioni della comunità internazionale dovrà passare per elezioni entro la fine della primavera del 2019 – ma anche alcuni dossier che riguardano direttamente l’Italia: dal contrasto all’immigrazione illegale alla garanzia di poter contare sulle risorse della mezzaluna petrolifera della Cirenaica.    Roma si avvicina dunque sempre più al generale, nel tentativo di sottrarlo all’influenza esercitata da Parigi. Intanto resta ancora in Italia l’ambasciatore Giuseppe Perrone, richiamato dopo un’intervista – sgradita proprio ad Haftar – rilasciata in estate sulla data del voto in Libia, questione che ha a lungo contrapposto Italia e Francia, che all’epoca premeva per elezioni in questo dicembre. “Dopo Palermo faremo una valutazione definitiva e assumeremo una decisione”, aveva detto Conte alla vigilia del summit siciliano, mentre Emmanuel Macron, già da ottobre, ha schierato a Tripoli l’ambasciatrice Béatrice Le Fraper du Hellen.
Sull’altro fronte, intanto, il premier Sarraj ha incontrato l’altroieri a Bruxelles il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in Belgio per il vertice della Nato, e l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, per “coordinare al meglio l’ulteriore sostegno dell’Unione europea per portare avanti la transizione politica” in Libia.

– “Questa è la quinta ministeriale dell’Osce dominata dal comportamento destabilizzante della Russia”, che in Ucraina “non ha fatto marcia indietro” ma anzi ha intensificato “l’aggressione nel Mare di Azov”. Lo ha denunciato il ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin. “La Russia – ha accusato – ha trasformato la Crimea in una base militare, la sua aggressione ha ucciso e ferito 30 mila persone. E’ urgente dare una risposte immediata e forte a questa aggressione crescente che porta per l’Osce instabilità e insicurezza”.
Un caccia militare FA-18 e un aereo turboelica rifornitore KC-130 statunitensi sono entrati in collisione durante un’esercitazione a 100 chilometri da Capo Muroto, nella prefettura a sud di Kochi, precipitando successivamente.
L’incidente è avvenuto durante le prime ore di stamattina, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa nipponico e dal comando Usa dei marines, e le forze di Autodifesa giapponesi sono alla ricerca di almeno sei membri dell’equipaggio, dopo il ritrovamento di un militare, che risulta in condizioni stabili.
Gli aerei erano partiti dalla base militare Usa di Iwakuni, a sud ovest dell’arcipelago, in cui sono dispiegati almeno 120 velivoli statunitensi e sede di un aeroporto commerciale.
Le circostanze dell’incidente non sono chiare, ha riferito il comando Usa.     

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