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CONTINUA STRAGE DI CETACEI SPIAGGIATI

CONTINUA STRAGE DI CETACEI SPIAGGIATI

AGGIORNAMENTO DELLE 08:33

DI VENERDì 30 NOVEMBRE 2018

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CONTINUA STRAGE DI CETACEI SPIAGGIATI

Nuova Zelanda, 51 balene arenate e morte
Nemmeno una settimana fa altre 145 si erano spiaggiate

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WELLINGTON

– Nuova strage di cetacei spiaggiati in Nuova Zelanda: cinquantuno balene pilota sono morte dopo essersi arenate, meno di una settimana dopo che altre 145 e nove orche pigmee sono morte in due episodi analoghi.
Stavolta sono state 90 le balene che si sono spiaggiate a Hanson Bay nelle remote isole Chatham. Quando lo staff del dipartimento per la conservazione è arrivato sul posto una quarantina erano riuscite a ritirarsi ma per le altre non c’è stato nulla da fare.
Le isole Chatham si trovano a circa 800 chilometri ad est delle isole principali della Nuova Zelanda e ospitano circa 600 persone.     

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DNA MODIFICATO: DUBBI SU RICERCA

DNA MODIFICATO: DUBBI SU RICERCA

AGGIORNAMENTO DELLE 08:11

DI LUNEDì 26 NOVEMBRE 2018

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DNA MODIFICATO: DUBBI SU RICERCA

Cina, esseri umani con DNA modificato
Sono due gemelline. ‘Usato nuovo strumento di editing genetico’

TECNOLOGIA/SCIENZA/MEDICINA SALUTE E BENESSERE

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HONG KONG

– Uno scienziato cinese sostiene di aver creato i primi esseri umani geneticamente modificati al mondo. Si tratterebbe di due gemelle nate lo scorso mese, il cui DNA sarebbe stato modificato con un ‘nuovo potente strumento’ in grado di riscrivere il codice genetico. Uno scienziato statunitense asserisce di aver preso parte al lavoro in Cina, dove ha utilizzato una tecnica di genoma-editing vietata negli Stati Uniti. I cambiamenti del DNA rischiano di danneggiare altri geni.
Se fosse vero, si tratterebbe di un profondo salto sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista etico. Alcuni scienziati hanno denunciato l’esperimento cinese come sperimentazione umana.
Il ricercatore ha dichiarato di aver alterato gli embrioni di sette coppie durante i trattamenti di fertilità, con una gravidanza giunta a termine. Il suo obiettivo era quello di conferire la capacità di resistere a future infezioni da HIV.
Non c’è però alcuna conferma indipendente della ricerca.   

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ULTIM’ORA: Spazio, partita missione verso Mercurio

AGGIORNAMENTO DELLE 04:36

DI SABATO 20 OTTOBRE 2018

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ULTIM’ORA: Spazio, partita missione verso Mercurio

Spazio, partita missione verso Mercurio
Con un Ariane 5 dalla Guyana Francese

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ULTIM’ORA: Spazio, partita missione verso Mercurio

KOUROU (GUYANA FRANCESE)

– E’ partita la missione Bepi Colombo diretta a Mercurio, lanciata con un Ariane 5 Eca dalla base europea di Kourou. Organizzata dalle agenzie spaziali di Europa (Esa) e Giappone (Jaxa), con un importante contributo italiano, la missione ha il compito di scoprire i segreti del pianeta meno noto del Sistema Solare e più vicino al Sole.
L’Ariane 5 si è alzato illuminando il cielo buio sopra la foresta in un lancio perfetto e poi, come un ovale brillante, ha sfrecciato ruotando verso Est per raggiungere la posizione ottimale sull’orbita che consentirà al veicolo nel quale sono assemblati tutti i moduli della missione Bepi Colombo, chiamato Mcs (Mercury Composite Spacecraft), di cominciare il viaggio verso Mercurio.   

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ROBOTICA 2018 2 DONNE ITALIANE TRA LE 25 PIù GENIALI

DELLE 01:18

DI GIOVEDì 11 OTTOBRE 2018

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ROBOTICA 2018 2 DONNE ITALIANE TRA LE 25 PIù GENIALI

Due italiane tra le 25 donne geniali della robotica 2018
Nella classifica internazionale per la seconda volta dal 2015

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L’ARTICOLO

ROBOTICA 2018 2 DONNE ITALIANE TRA LE 25 PIù GENIALI

Due ricercatrici italiane sono fra le donne geniali della robotica nella classifica internazionale stilata per il 2018 da RoboHub, la più grande comunità scientifica degli esperti di robotica di tutto il mondo. Sono Rita Cucchiara, esperta di computer vision dell’Università di Modena e Reggio Emilia, e Laura Margheri, arrivata all’Imperial College di Londra dall’Italia, dove si è specializzata in robotica soffice nell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Entrambe si occupano di campi nuovissimi e che sanno di futuro, così come le altre donne della classifica, fra progettiste di robot umanoidi e rover marziani, intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Ci sono anche una maker che ha costruito un robot che pulisce le spiagge e una scrittrice di fantascienza. Con ben 13 posizioni gli Stati Uniti dominano la classifica, nella quale per la prima volta entra un’africana, l’esperta di informatica Brenda Mboya, della Ashesi University in Ghana.

Rita Cucchiara è un’esperta di intelligenza artificiale e insegna Computer Vision nel dipartimento di Ingegneria ‘Enzo Ferrari’ dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dal 1998 ha guidato il laboratorio specializzato nel riconoscimento delle immagini AImageLab. Coordina inoltre il laboratorio dello stesso dipartimento universitario dedicato allo studio dell’interazione uomo-macchina. Dal 2016 al 2018 è stata presidente dell’Associazione italiana di computer vision, pattern recognition e machine learning (Cvpl) e attualmente dirige il laboratorio del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (Cini) per l’intelligenza artificiale e i sistemi intelligenti.

Laura Margheri lavora nell’Aerial Robotics Laboratory dell’Imperial College di Londra, dove studiia i robot soffici, e dal 2014 presiede il Comitato delle donne ingegneri della Società di Robotica e Automazione. A Londra è arrivata dopo il dottorato in Italia, con il gruppo dell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa guidato da Cecilia Laschi. Quest’ultima era entrata nella classifica delle donne della robotica 2015 insieme alla collega Barbara Mazzolai, dell’Istituto Italiano di tecnologia (Iit).

“Mi fa piacere che ci siano ancora delle italiane della classifica di Robohub perchè l’Italia è forte nella robotica”, ha detto

Cecilia Laschi. “Mi fa piacere per Laura, che era nel mio gruppo, e per Rita Cucchiara, che ho conosciuto recentemente e con la quale – ha detto ancora – siamo in contatto perché la robotica e l’intelligenza artificiale si stanno avvicinando sempre di più”.   

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TECNOLOGIA NUOVA RETINA ARTIFICIALE PER NON VEDENTI

DELLE 01:05

DI GIOVEDì 11 OTTOBRE 2018

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TECNOLOGIA NUOVA RETINA ARTIFICIALE PER NON VEDENTI

Nuova retina artificiale per non vedenti
Affetti da grave e sempre più diffusa malattia degenerativa

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TECNOLOGIA NUOVA RETINA ARTIFICIALE PER NON VEDENTI

Una nuova ‘retina artificiale’ costituita da un chip piccolissimo (appena 2 millimetri) e totalmente ‘wireless’ potrebbe un giorno aiutare i pazienti con maculopatia, malattia retinica sempre più diffusa e ancora poco curabile che porta spesso a ipovisione e cecità. Il microchip è stato impiantato per ora su 5 pazienti ormai legalmente non vedenti (in fase molto avanzata di malattia) con risultati promettenti. Sono i risultati di cui ha parlato

Andrea Cusumano del Policlinico di Tor Vergata, Presidente della Fondazione MACULA & GENOMA Onlus che organizza per metà ottobre il Simposio MACULA TODAY 2018. E’ la prima volta che si sperimenta questa tecnica su questo tipo di malati.
Altri microchip sono stati utilizzati in passato sui pazienti con retinite pigmentosa. La degenerazione maculare legata all’età è una delle patologie più gravi che colpiscono l’occhio.   

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TECNOLOGIA PELLE ARTIFICIALE MONITORA LA SALUTE

DELLE 12:25

DI LUNEDì 08 OTTOBRE 2018

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TECNOLOGIA PELLE ARTIFICIALE MONITORA LA SALUTE

Pelle artificiale monitora la salute
Materiale ultrasottile che si integra con materiali soffici

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TECNOLOGIA PELLE ARTIFICIALE MONITORA LA SALUTE

SYDNEY

– Una nuova forma di tecnologia indossabile che può diventare parte del corpo formando una pelle metallica artificiale, che può essere utilizzata per monitorare la salute dei pazienti. La tecnologia, che comporta l’uso di sensori biomedici, è stata sviluppata da ricercatori del laboratorio di NanoBiotics dell’Università Monash di Melbourne.
Formata da una patina d’oro estremamente sottile, dieci volte più sottile di un follicolo di capello umano, la pelle elettronica può essere usata per monitorare i movimenti del corpo, il battito cardiaco e la pressione del sangue.
Caratteristica cruciale è la sua capacità unica di integrarsi con materiali soffici e con superfici curvilinee, spiega Wenlong Cheng del Dipartimento di Ingegneria Chimica e il responsabile del progetto, nel sito dell’università. Il materiale ultrasottile piezoresistivo può resistere a uno sforzo del 600%, risultante in un sensore biomedico indossabile altamente elastico per un monitoraggio in tempo reale delle condizioni di salute. Il progetto ha avuto la collaborazione di specialisti di nanotecnologia, ingegneri elettrici, designer industriali e specialisti di ricerca cardiologica.
Cheng osserva che la produzione della tecnologia è di basso costo ed è ecosostenibile. “Questa forma di nanofabbricazione sostenibile – conclude – sarà un componente chiave in futura tecnologia elettronica indossabile con ampie applicazioni che andranno dalla pelle elettronica, alle interazioni intelligenti uomo-macchina, robotica soft e recupero di energia”.   

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CON CHIP IN CERVELLO UOMO DEL FUTURO BIONICO

DELLE 15:37

DI VENERDì 05 OTTOBRE 2018

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CON CHIP IN CERVELLO UOMO DEL FUTURO BIONICO
Maker Faire, rassegna Brain+.Dibattito sul film ‘Manchurian Candidate’

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L’ARTICOLO

CON CHIP IN CERVELLO UOMO DEL FUTURO BIONICO

 

Con un chip nel cervello l’uomo del futuro sarà bionico Avere una memoria migliore, muovere un braccio robotico con il pensiero, vedere anche se si è ciechi. Sono alcune delle cose che in futuro potrebbero essere rese possibili da microchip impiantati nel cervello. A guardare allo scenario avveniristico in cui l’uomo si trasforma in cyborg, cioè in un essere umano potenziato grazie alla tecnologia, è un dibattito organizzato dalla Maker Faire a Roma nell’ambito della rassegna cinematografica Brain+, che fino al 4 ottobre approfondirà il rapporto tra uomo, robotica e AI.CON CHIP IN CERVELLO UOMO DEL FUTURO BIONICO

 

Spunto del confronto è il film “The Manchurian Candidate” di Jonathan Demme, in cui i protagonisti scoprono di avere un microchip impiantato nel corpo. A parlarne Fabio Babiloni, professore di Fisiologia e neuroscienze e di Bioingegneria elettronica alla Sapienza di Roma, e Fiorella Operto, fondatrice della Scuola di Robotica di Genova, insieme alla moderatrice Viviana Kasam, presidente di BrainCircleItalia.

La tecnologia in uso più avanzata è l’impianto cocleare, una sorta di orecchio artificiale elettronico che, grazie a un microchip, consente alle persone sorde di sentire, ha spiegato Babiloni. Ma la ricerca sta procedendo in modo spedito, ed è riuscita a dimostrare, ad esempio, la possibilità di potenziare la memoria attraverso un chip collegato al cervello.

Tra gli ambiti allo studio c’è anche la possibilità di restituire la vista ai ciechi. L’intelligenza artificiale è infatti usata nel decoding cerebrale, anche se ancora con risultati non perfetti, per ricostruire ciò che una persona ha visto.

Operto ha evidenziato il forte sviluppo dei sistemi di “Brain-computer interface”, cioè le interfacce neurali tra cervello e computer, particolarmente utili per le persone disabili. La ricerca ha documentato ad esempio la possibilità, per una persona tetraplegica, di muovere un braccio robotico grazie a un chip collegato al cervello che, in pratica, traduce il pensiero in movimento. “Ogni anno nel mondo 15 milioni di persone sono colpite da ictus, che porta all’impossibilità a muovere una parte del corpo”, ha detto Oporto. Grazie alle interfacce neurali potrebbero riacquisire il movimento.   

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SCIENZA: MAYA SVELATE REALTà PERDUTE

DELLE 01:15

DI VENERDì 28 SETTEMBRE 2018

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SCIENZA: MAYA SVELATE REALTà PERDUTE

Maya, tecnologia e studiosi svelano realtà perdute
In Guatemala insediamenti nascosti, da ‘Science’ luce verde

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L’ARTICOLO

SCIENZA: MAYA SVELATE REALTà PERDUTE

Tutto quello che crediamo di sapere sull’affascinante civiltà precolombiana Maya, è assai misterioso. La scoperta di un bacino archeologico nascosto nella giungla del Guatemala ci aiuterà a conoscere molto di più, e talvolta, la realtà, è il caso di dirlo supera l’immaginazione. Per secoli, gli archeologi basandosi su ricerche svolte con metodi classici e limitate dalle difficoltà di spostamento dovute alla fitta vegetazione locale avevano ritenuto che le città Maya fossero isolate e autosufficienti. Oggi la situazione appare totalmente diversa, grazie al lavoro di un team di studiosi che si è avvalso della tecnologia digitale in Guatemala su un’area di oltre 2mila metri quadrati di foresta. Lo studio è finanziato dalla Fondazione Pacuman (Pacunam LiDAR).
Tra le scoperte più sorprendenti, quella di aree agricole di concezione e scala industriale, capaci di fornire cibo a una popolazione molto estesa. Sono stati trovati i resti di circa 62.000 strutture antiche nella regione di rilevamento, case, palazzi, piramidi, strade rialzate e fortificazioni, nascoste nelle misteriose profondità della giungla guatemalteca, permettendo così una stima al rialzo della popolazione. Lo si è potuto fare con l’ausilio di questa nuova tecnologia laser, ma soprattutto al tenace e appassionato lavoro di gruppo di studiosi americani, europei e guatemaltechi che hanno esplorato un’area di 2100 chilometri quadrati. Lidar Survey “Compels” Rivalutazione degli aspetti della società Maya antica. La prestigiosa rivista Science pubblica e avvalora la ricerca con nuovi dati elaborati dal team di scienziati (tra cui il Il Ministero della Cultura e dello Sport che ha collaborato con Fundación Pacunam (Patrimonio Cultural y Natural Maya).
Un’indagine di mappatura laser aeronautica di oltre 2mila metri quadrati del Guatemala settentrionale che “costringe” una rivalutazione della demografia, dell’agricoltura e dell’economia politica Maya. I dati hanno identificato oltre 61.000 strutture antiche nascoste tra le fitte foreste tropicali della regione, sono stati ulteriormente analizzati da gruppi multinazionali e interdisciplinari, le cui interpretazioni della densità urbana e rurale e delle reti di trasporto, tra le altre sfaccettature, suggeriscono che il futuro il lavoro sul campo dovrebbe comportare una rivalutazione degli insediamenti e dell’uso del territorio della pianura classica Maya. Lidar è una tecnologia che utilizza impulsi di luce laser per mappare la copertura del suolo e la topografia in 3-D, ha permesso agli archeologi di studiare la società Maya antica su scala regionale. A causa delle aree fortemente boscate in gran parte delle Maya Lowlands centrali, la scoperta di nuovi siti è difficile – la mappatura completa e la caratterizzazione di un singolo insediamento può richiedere molti anni. In quanto tali, i dati riguardanti l’urbanistica Maya antica, la popolazione, l’uso del suolo e la complessità socio-politica sono stati limitati.
Marcello Canuto, archeologo della Tulane University di New Orleans, l’italiano Francisco Estarda Belli (Tulane University), Thomas Garrison (Ithaca College) e colleghi hanno presentato i risultati – pubblicati da Science – di quella che chiamano la più grande indagine lidar fino ad oggi della regione della pianura Maya. Sono state mappate 12 aree separate a Petén, in Guatemala, per caratterizzare l’insediamento Maya, dalle città all’entroterra, attraverso varie regioni delle Maya Lowlands. Utilizzando i dati, gli autori stimano al rialzo di 11 milioni di persone vissute in tutte l’area durante il periodo tardo classico, numeri in accordo con stime precedenti. Ma popolazioni di tale portata avrebbero richiesto un certo grado di intensificazione agricola. Il loro lavoro dimostra ora che una grande quantità di zone umide in tutta la regione sono state pesantemente modificate per uso agricolo. Inoltre, le reti di autostrade collegavano le città, anche a molta distanza tra loro, alcune delle quali erano fortemente fortificate. Questo notevole investimento in infrastrutture integrative (strade rialzate) e conflittuali (sistemi difensivi) mette in evidenza l’interconnessione tra città e entroterra, nonché come la civiltà conoscesse vere e proprie guerre.   

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SCIENZA/MEDICINA, SALUTE E BENESSERE: TUTTI GLI AGGIORNAMENTI: Arriva il detector per zanzare, scopre se portano virus Sviluppato da Università Texas, analizza l’acido nucleico

DELLE 05:35

DI DOMENICA 02 SETTEMBRE 2018

Una zanzara è solo fastidiosa o porta davvero malattie? A risolvere questo dilemma ci penserà presto uno “zanzare-detector”, uno strumento diagnostico che riesce a capire se l’insetto fa parte della specie che porta malattie pericolose come il virus Zika, Dengue, Chikungunya o la febbre gialla.
Il nuovo strumento è stato sviluppato dai ricercatori dell’Università del Texas ad Austin. L’apparecchio usa una fotocamera per smartphone, una piccola scatola stampata in 3D e un test chimico che mostra se ci si trova davanti a una zanzara appartenente alla specie Aedes aegypti, che trasporta una serie di virus che affliggono ogni anno circa 100 milioni di persone in tutto il mondo. Lo strumento, tra l’altro, riesce a capire se l’insetto è stato colpito dalla Wolbachia, un batterio biopesticida che impedisce alle zanzare di diffondere malattie. In diversi Paesi del mondo si stanno infettando le zanzare proprio di Wolbachia per cercare di frenare la trasmissione dei virus. Ma come fa lo “zanzare-detector” a scoprire tutte queste caratteristiche? Analizza l’acido nucleico delle zanzare (il Dna e l’Rna) e i suoi risultati hanno una precisione superiore al 97%.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Plos Neglected Tropical Diseases.   

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PIEMONTE/SCIENZA/TECNOLOGIA: TUTTI GLI AGGIORNAMENTI: Sulla Sindone sangue vero di torturato Studio italiano ha individuato prodotti emoglobina invecchiata

DELLE 20:48

DI LUNEDì 6 AGOSTO 2018

TORINO, 6 AGO – Una nuova ricerca italiana indica che il sangue presente sulla Sindone di Torino è vero e di una persona torturata. Inoltre il sangue è rosso e non marrone, come dovrebbe essere un sangue antico, perché il telo sarebbe stato esposto alla luce ultravioletta, come quella del Sole, che ne ha alterato il colore. La ricerca, pubblicata su Applied Optics, si deve al gruppo coordinato da Paolo Di Lazzaro, dell’Enea e vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia.
Individuati prodotti di emoglobina invecchiata.
Grazie all’analisi della Sindone, fatta durante l’Ostensione 2015 con una tecnica ottica che serve a individuare la composizione dei materiali, nel sangue del telo è stata trovata la metaemoglobina, prodotto della degradazione dell’emoglobina fortemente ossidata e invecchiata, a conferma che si tratta di sangue antico e ricco di bilirubina, presente nelle persone percosse duramente, che interagendo col sole avrebbe alterato il colore delle macchie di sangue.